Giorgio Roverato Metamorfosi del Tessile-Abbigliamento. da "Scenari della società e del territorio", Venezia, n. 1, Dicembre 1987
(ora in: Studi di storia economica sul Veneto, Padova, La Modernissima, 1995)
- 1. - Nel corso degli anni Settanta, soprattutto dopo lo shock petrolifero del 1973, economisti e responsabili della politica industriale italiana furono concordi nel valutare come inarrestabile il declino che i vari comparti del tessile-abbigliamento (T-A) manifestavano nelle pieghe dei dati congiunturali. L'aumento dei costi energetici si sommava infatti al trend crescente dei costi salariali, più destabilizzante nelle produzioni labour-intensive di quanto già non fosse nei comparti “moderni” del nostro apparato produttivo.
- L'opinione corrente ricalcava schemi già noti nel decennio precedente: secondo i quali l'avvenuta trasformazione industriale del paese, e la rapida internazionalizzazione della sua economia, avrebbero rapidamente condotto alla emarginazione dei settori “maturi”, che sarebbero divenuti – in una evoluzione rostowiana dell'economia mondiale – appannaggio dei paesi emergenti (cioè, “sottosviluppati”), dove il più basso costo del lavoro avrebbe compensato la naturale (ed insanabile) arretratezza tecnologica di quelle produzioni. Ciò appariva tanto più vero per il T-A veneto, che proprio negli anni Sessanta aveva visto il suo peso regionale fortemente ridimensionato dal rapido emergere delle produzioni meccaniche, vivaci anche quando si rivelavano meramente imitative o, peggio, appendici strumentali delle regioni di più antica industrializzazione. E non era solo una caduta percentuale: i comparti del settore avevano perso (e perdevano ancora) in termini di produzione, di manodopera occupata, e – per il più prestigioso, quello laniero – anche di quote di mercato internazionale: con il che l'economia veneta, che grazie alla lana godeva di una discreta presenza all'estero, sembrava ripiegarsi sul mercato interno, pur compensato da maggiori interazioni del passato con il resto del paese.
- Gli effetti più vistosi erano presenti nel vicentino, dove il tessile laniero aveva goduto fin dagli ultimi decenni dell'Ottocento un ruolo preminente. Il suo declino appariva il sintomo inequivocabile di una crisi che avrebbe rapidamente colto anche gli altri comparti, soprattutto per le loro minori capitalizzazioni e per la sostanziale fragilità delle imprese, nella maggior parte di piccole e piccolissime dimensioni.
- È noto che la crisi, anzi le più crisi che investirono il settore nel corso degli anni, produssero conseguenze diverse a seconda delle caratterizzazioni merceologiche delle produzioni: solo che il risultato ultimo non fu la profetizzata emarginazione del T-A, bensì una sua profonda anche se contraddittoria trasformazione, conclusasi con una più aggressiva ed articolata presenza sul mercato. Su quello interno, e più ancora su quello internazionale. Ma la contraddizione di tale metamorfosi stava nella contemporanea ripresa e comparsa sia di organismi produttivi forti e tecnologicamente aggiornati, che di una miriade di imprese sottocapitalizzate e tecnicamente arretrate, e tuttavia vitali. Vedremo più avanti perché ciò sia stato possibile, e quali caratteristiche abbia per questo stesso fatto assunto il settore nel contesto italiano. Vedremo pure i fenomeni innovativi che hanno concorso al rilancio di quello che sarebbe ormai più corretto chiamare il “sistema moda” regionale.
- Esiste infatti un insieme di interdipendenze, che fanno ormai dell'industria tessile e di quella dell'abbigliamento un tutto unitario. Dal lato dell'offerta, si è assistito ad esempio ad una crescente interconnessione tra le varie fasi dei cicli di produzione. Alcune imprese, e non solo quelle di dimensione maggiore e di più antica origine, presentano oggi un grado variabile di integrazione tra le distinte lavorazioni: dalla materia prima al filato, da questa al tessuto e poi alla confezione. Altre invece, dove esiste la specializzazione all'interno di una fase del processo produttivo, risultano sempre più condizionate dalle modalità tecniche (ma anche economiche) con cui si svolgono le lavorazioni a monte e a valle. Si verifica inoltre una crescente convergenza delle tecnologie, che consente una qualche intercambiabilità di macchinari e di materie prime: per queste ultime, basti menzionare la relativa fungibilità tra le fibre naturali e quelle sintetiche. Dal lato della domanda esiste poi una certa indifferenza del consumatore rispetto alla diversa tipologia dei prodotti offerti dai distinti comparti. Grazie alla diffusione dell'abbigliamento “informale”, i singoli beni sono divenuti abbastanza fungibili tra di loro, creando perciò tra i comparti una concorrenza prima inesistente.
- È il caso, infine, di ricordare che ha funzionato anche per il Veneto – e in parte continua a funzionare – il più generale (e dagli economisti non previsto) impatto extraeconomico che lo “stile italiano” esercita sui mercati mondiali. Con un effetto di trascinamento anche nei confronti di produzioni poco caratterizzate, purché made in Italy. Il peso che ha cioè assunto la regione nel “sistema moda” nazionale, e nell'export italiano di manufatti tessili e assimilati, è stato conseguito non solo grazie a produzioni qualificate ma anche a prodotti qualitativamente modesti, che tuttavia sono riusciti a contrastare sui mercati europei e nordamericani i bassi prezzi praticati dalla concorrenza asiatica.
2. - Oggi profondamente mutato, il T-A veneto vanta spesso le sue tradizioni riferendosi ad un passato ricco e prestigioso. Alla fine del secolo scorso gli impianti industriali dello scledense e del valdagnese già costituivano, in realtà, uno dei tre poli lanieri del paese. Superato dal biellese quanto a consistenza delle attrezzature, numero di imprese ed occupati, il polo vicentino era incentrato soprattutto sulla grande impresa, anche se non mancava un discreto numero di piccole aziende. La specializzazione laniera era poi presente, sempre in impianti modesti, nelle zone di Follina (Treviso) e Feltre (Belluno). Mentre tuttavia le piccole imprese raramente uscivano dal mercato regionale, e sviluppavano una produzione di filati e tessuti concentrata in pochi titoli e tipi, a prevalenza cardata, la grande impresa (Lanificio Rossi e Marzotto) presentava una grande diversificazione di prodotti, con particolare attenzione al pettinato.- In modi diversi, entrambi questi produttori – presenti nelle piazze più importanti del paese – erano stati tra i pionieri nell'introduzione di quella tipologia in Italia. Il primo privilegiando la produzione per autoconsumo (e divenendo perciò presto il principale produttore nazionale di tessuti pettinati), il secondo scegliendo la strada di un impianto che fornisse sia filato pettinato ai propri reparti di tessitura che pettinato e filato pettinato a filatura e tessiture terze: con ciò allargando rapidamente i propri mercati di sbocco, e intraprendendo anche la strada dell'esportazione, praticata invece in ritardo (e con cautele e diffidenze) dal Lanificio Rossi.
- L'importanza del pettinato nella modernizzazione del lanificio italiano è cosa ampiamente nota: e va qui sottolineata per le ingenti capitalizzazioni, e il miglioramento tecnologico, che quella scelta produttiva comportò nel vicentino più che nel biellese. E a Valdagno più che a Schio. I primi decenni del Novecento videro un progressivo irrobustimento degli impianti valdagnesi, e l'avvio del lento declino di quella che era stata in passato la più grande anonima industriale del paese, il Lanificio Rossi: che tuttavia mantenne a lungo una consistente presenza sul mercato, grazie alla forza della tradizione che quel marchio evocava. Con alcune modificazioni però: mentre la Marzotto accentuò la sua specializzazione nel pettinato, riducendo i tipi prodotti, divenendo leader nella fascia mediana dei tessuti di qualità e consolidando la sua presenza all'estero, il Rossi resistette grazie ad una ampia (ma alla lunga antieconomica) tipologia produttiva, declassante di fatto la qualità dei suoi manufatti. Sempre a vantaggio della Marzotto, l'impresa scledense andò contemporaneamente perdendo il primato un tempo detenuto su scala nazionale nelle forniture militari: le più moderne attrezzature dell'impresa valdagnese, consentivano infatti a questa una struttura di costi maggiormente compatibili con i prezzi a base d'asta della pubblica amministrazione. Così come la sua struttura produttiva accentrata, di contro a quella rossiana decentrata in più unità specializzate, permetteva una più rapida ed efficiente evasione delle commesse.
- Il successo della Marzotto, che divenne negli anni Trenta il principale produttore laniero italiano, e il maggiore esportatore, fu assicurato da una strategia imprenditoriale particolarmente attenta al continuo aggiornamento tecnologico degli impianti. Questo fu perseguito con decisione a partire dalla crisi laniera del 1920-1921, e venne accompagnato da profonde ristrutturazioni del ciclo produttivo con l'introduzione, per quanto possibile all'interno di impianti ad elevato impiego di manodopera, di alcuni principi mutuati dall'organizzazione scientifica del lavoro di scuola nordamericana.
- Meno importanti come peso nazionale, ma anche come modernità, erano a cavallo del secolo gli altri comparti del tessile. Nel 1882 ad alcuni piccoli cotonifici scarsamente attrezzati, si era aggiunto il Cotonificio Veneziano, anonima con 10 milioni di capitale (all'epoca, il Lanificio Rossi aveva un capitale di 24 milioni): una combinazione societaria che univa capitalisti e finanzieri veneti alle capacità imprenditoriali di Eugenio Cantoni, uno dei protagonisti della crescita dell'industria cotoniera italiana. Grazie all'impresa veneziana (e alla nascita a Vicenza, nel 1896, del Cotonificio Rossi), il comparto subì in Veneto un rapido aggiornamento tecnologico, con un progressivo irrobustimento delle aziende minori spinte a contrastare la concorrenza che i nuovi impianti venivano a fare anche sul mercato locale. A metà degli anni Venti del Novecento, il compartimento statistico del Veneto costituiva il terzo produttore del paese, dopo Lombardia e Piemonte, con il 12% dei fusi italiani di filatura, il 13% di quelli a torcere ma solo il 5% dei telai, mentre occupava l'8% dell'intera manodopera cotoniera. Il rapporto tra attrezzatura e manodopera risultava a favore del Veneto, data la concentrazione della produzione in organismi di maggiori dimensioni relative rispetto ad uno spezzettamento d'impresa più forte nelle regioni-guida. Depurando tuttavia il dato degli importanti cotonifici di Udine e Pordenone, il peso della regione a confini attuali si riduceva sensibilmente: poco più del 7% in fusi, e il 3% dei telai.
- Di maggior consistenza appariva invece il comparto serico, per lo più concentrato nelle province di Treviso, Udine e – parzialmente – in quella di Vicenza: solo che la storica arretratezza di queste produzioni era qui più visibile che nelle altre regioni in cui tale ramo era presente. Aveva un bell'essere il Veneto primo nella produzione di bozzoli (quasi il 45% del totale nazionale), ma i suoi fusi di filatura rappresentavano solo il 25% ed erano installati in filande raramente modernizzate, dove peraltro mancava pressoché totalmente la importante fase della ritorcitura; inesistente era poi la tessitura. Dal che derivava che circa la metà dei bozzoli – e quasi tutto il filato – dovevano venire utilizzati fuori regione, in Lombardia e particolarmente nel comasco, che deteneva il primato italiano di filatura e tessitura.
- Degli altri tradizionali rami tessili – lino e canapa – esistevano invece scarse presenze, che riguardavano essenzialmente la seconda di queste due fibre vegetali con piccoli impianti nel rodigino e nel padovano. Un ramo relativamente recente, quello della juta, aveva trovato rapida affermazione (1900-1910) grazie alle attività dei Camerini a Piazzola sul Brenta, qualificando il Veneto come una delle poche zone di produzione di tela per imballaggio: lo stabilimento adibito sia a filatura che a tessitura era dotato di macchinari moderni, e risultava competitivo – in realtà anche per i bassi salari – sul mercato interno come su quello internazionale.
- A ridosso della prima guerra mondiale, infine, era approdata in regione – dove doveva poi affermarsi rapidamente – una produzione fortemente innovativa: quella della seta artificiale, poi nota come rayon o viscosa. Lo stabilimento che si sviluppò a Padova divenne uno dei più importanti poli produttivi dell'alta Italia, con ingenti capitalizzazioni ed una occupazione dimensionata alla fine degli anni Venti sulle duemila unità. Come è noto, la produzione del rayon portò in quel decennio l'Italia ad essere il secondo produttore mondiale di fibre artificiali dopo gli Stati Uniti. Il Veneto concorse all'affinamento dei nuovi sistemi produttivi, che avrebbero poi condotto negli anni Trenta alle sperimentazioni su vasta scala della chimica tessile: un settore che divenne ancor più espansivo nel secondo dopoguerra.
- Dei comparti che si è soliti riferire all'abbigliamento (confezioni, maglieria, camiceria) non esisteva invece nulla che avesse dimensione industriale, salvo qualche isolato caso di produzione in piccola serie artigianale. Queste produzioni avevano del resto scarsa rilevanza anche nelle regioni industrialmente più robuste: qualcuna si sviluppò in Lombardia ed in Piemonte nel corso degli anni Trenta, ma bisognò attendere gli anni Cinquanta perché esse assumessero consistenza tra le attività industriali. Come vedremo, erano tuttavia attività nelle quali la regione doveva assumere un ruolo di primo piano.
- Da questo sintetico panorama emergono alcune considerazioni: che fino agli anni Trenta le produzioni tessili venete presentavano elementi di modernità solo nel campo della lana, del rayon e – parzialmente – della yuta; che il maggior impatto economico era rappresentato dal comparto laniero, peraltro concentrato nel vicentino; che salvo alcuni stabilimenti cotonieri, il resto del settore era frammentato in una miriade di piccoli impianti arretrati, i quali difficilmente uscivano dall'angusto mercato regionale, e che quando lo facevano – come nel caso del setificio – era per alimentare una esportazione extraregionale di prodotti a scarso valore aggiunto.
3. - La crisi industriale degli anni Trenta fu vissuta dal tessile veneto in maniera contraddittoria. Da un lato il comparto laniero dilatò il proprio peso, assumendo comportamenti tipici dei settori più moderni di fronte alla crisi: e cioè razionalizzazione spinta degli impianti, e concentrazioni di imprese. Tipico fu il caso della Marzotto, che aggredì le difficoltà congiunturali con le economie di scala consentite da una sua dilatazione extraregionale perseguita con l'assorbimento di aziende in difficoltà. Ma anche il Lanificio Rossi fu costretto ad affrontare il rinnovamento impiantistico per non uscire dal mercato.- D'altro canto si assistette ad una rapida crescita delle piccole imprese: e non solo in lavorazioni sussidiarie, ma anche in lavorazioni intermedie del ciclo produttivo svolto interamente dalle aziende maggiori. Si pensi alle piccole tessiture, alle piccole filature laniere e seriche, che sorsero nel vicentino, nel veronese, nel trevigiano e, parzialmente, nel padovano, magari per vita breve e stentata: furono comunque sintomo di energie imprenditoriali in movimento, che nascevano da precedenti attività di bottega, o dalla risposta individuale alla disoccupazione degli anni di crisi da parte di chi trasferiva, nelle attività in proprio, le competenze professionali acquisite nel lavoro dipendente. Da questo terreno di coltura doveva venire, negli anni Cinquanta, la prima ondata espansiva nei comparti dell'abbigliamento.
- La frammentazione d'impresa a ridosso del nuovo periodo bellico, ma che perdurò negli anni della Ricostruzione, venne tuttavia accompagnata da un incremento del coefficiente di meccanizzazione delle unità di produzione. Salvo che nel padovano, dove invece diminuì come diminuirono gli occupati, esso crebbe sia nelle tradizionali province tessili (Vicenza, Treviso) che nelle altre, segnatamente nel veronese e nel rodigino: in parte per la presenza di organismi di maggiore dimensione e l'ammodernamento dei macchinari consentito a taluni di essi dal ricorso – dopo il 1948 – agli aiuti ERP, in parte per l'irrobustimento delle attività nel campo del vestiario, abbigliamento e arredamento che vedevano – con l'aumento dell'occupazione – la scomparsa delle aziende meno qualificate. Erano, nei primi anni postbellici, soprattutto le lavorazioni di camiceria e di maglieria a rivelarsi in crescita dinamica.
- Nel 1951 il tessile tradizionale, a fronte di un incremento del 25,2% del numero delle imprese, denunciava solo il 4,3% in più rispetto al periodo prebellico, mentre l'abbigliamento accompagnava ad una contrazione del 5% nel numero delle imprese una crescita dell'11% dell'occupazione. La forza motrice per addetto, pur ancora molto bassa, era in quei comparti quasi triplicata, mentre nel tessile puro l'aumento si era limitato – dato il buon livello già posseduto – ad un 60% . Tanto da poter per quel periodo tranquillamente dare del Veneto la definizione, incautamente usata da taluni osservatori per gli anni Settanta, di “regione tessile”.
- Il vicentino aveva rafforzato, con un numero maggiore di imprese, il peso del tessile puro: che per• andava diversificando l'attività dal comparto laniero a quello cotoniero e serico. La provincia continuava a concentrare la metà circa dell'occupazione tessile regionale. Il trevigiano non solo dava lavoro ad un altro 25% degli addetti complessivi, ma soprattutto aveva goduto di una grossa espansione delle aziende specializzate nel vestiario-abbigliamento, con fenomeni di iniziale concentrazione produttiva accompagnati dal più rilevante incremento occupazionale di tutto il Veneto. Il veneziano, infine, aveva visto arrivare in laguna la chimica tessile, e – a Portogruaro – le produzioni cotoniere e liniere della Sfai-Società fondiaria agricola industriale, azienda del gruppo Marzotto.
- Questa diversificazione dell'antica ditta valdagnese rispondeva ad alcune intuizioni strategiche nel futuro del T-A veneto. Dopo un effimero boom espansivo delle esportazioni nell'immediato dopoguerra, praticamente esaurito con la fine del 1947, il tessile nazionale era entrato infatti in una fase di crescenti difficoltà. Mentre il mercato interno permaneva stagnante, proseguendo quella propensione ai bassi consumi tessili già presente nei decenni prebellici, le nostre attrezzature risultavano inadeguate a contrastare sui mercati esteri sia gli altri produttori occidentali, i cui comparti avevano subito un più deciso rinnovo tecnologico, che i produttori asiatici favoriti da un più basso costo della manodopera.
- Il generale calo dei consumi tessili colpiva, inoltre, il prodotto laniero più decisamente di quanto non avvenisse per i manufatti di altre fibre. Il maggiore gruppo laniero del paese scelse perciò da un lato la via della ristrutturazione impiantistico-organizzativa per ridurre i costi del prodotto tradizionale, dall'altro individuò nel cotone e nel lino le alternative produttive in grado nel medio periodo di compensare la caduta di mercato nella lana.
- L'individuazione di aree agricole per sviluppare i nuovi impianti, tutta interna alla necessità della Marzotto di allentare l'eccessivo peso della propria presenza nell'economia del comprensorio valdagnese, indicava tuttavia l'esigenza generale di despecializzare le zone di più antica tradizione tessile per consentire alle singole economie locali di resistere meglio alle difficoltà provocate dalla inesorabile caduta (e dalle modificazioni strutturali) del settore.
- Un altro modo per la Marzotto di contrastare la crisi laniera fu di orientarsi verso prodotti a più elevato valore aggiunto, entrando (1951-1952) nel comparto dell'abbigliamento con la produzione in serie di abiti confezionati: un segmento di mercato che aveva ultimamente manifestato una insolita e promettente vivacità. L'azienda valdagnese rimase tuttavia per più di un decennio l'unico produttore laniero italiano a perseguire tale diversificazione. Se essa provocò all'inizio problemi nel collocamento di tessuti ai confezionatori terzi, i quali dirottarono gli acquisti da quello che era divenuto un loro temibile concorrente ad altre tessiture, vi furono anche ritorni positivi in termini di immagine presso il consumatore finale, ché la pubblicità del marchio trainò anche una qualche ripresa nella domanda di tessuti.
- Verso la fine degli anni Cinquanta il mercato nazionale di abiti confezionati risultava a tal punto aumentato, da indurre la Marzotto a dilatare la sua capacità produttiva in questo campo. Essa aprì perciò due nuovi stabilimenti specializzati: uno nel basso vicentino (Noventa), l'altro nel Mezzogiorno (Salerno). Essa non rinunciò tuttavia ad intraprendere altre diversificazioni: da un lato entrando nelle fibre acriliche, dall'altro cercando compensazioni ad una nuova flessione del mercato laniero con la produzione di coperte.
4. - Agli inizi degli anni Sessanta il T-A veneto appariva perciò profondamente diverso rispetto al primo bilancio postbellico. Il peso sul totale regionale degli addetti e delle imprese si era sensibilmente ridotto (rispettivamente dal 27 al 22%, e dal 37 al 27%): la contrazione del numero degli occupati (-14%), e quello più accentuato delle aziende (-42%), segnalavano però il progressivo irrobustimento delle produzioni di abiti confezionati e della maglieria. Era infatti in questi comparti che la dimensione d'impresa appariva in decisa crescita, mentre essa diminuiva nella seta, nel cotone e nella lana.- Accanto alla caduta di numerose aziende (quelle nate in fretta negli anni Trenta, ma anche altre di più antica origine) erano emerse nuove iniziative. Si trattò quasi sempre di piccole aziende sorte o dalla fortunata evoluzione della bottega di qualche sarto artigianale, o dalla conversione produttiva di operatori commerciali che avevano, al pari di Marzotto, intuito lo spazio che si apriva per l'affermazione nel paese del prodotto in serie. Dapprima orientate quasi esclusivamente al mercato locale, queste imprese cominciarono ad estendere la loro influenza al di fuori dell'area regionale. Ciò fu negli anni Cinquanta/Sessanta particolarmente vero per le aziende del veronese, anche per contiguità fisica con il più vivace mercato delle aree metropolitane di Milano e Torino, investite dall'immigrazione del sud. Ma anche le imprese trevigiane, peraltro più consistenti per attrezzature ed addetti, conquistarono presto quote di mercato nazionale. Se il vicentino manteneva il suo assoluto primato nella lana, pur in presenza di un aumento delle attività negli abiti confezionati e nel comparto della maglieria, la provincia della marca presentava una più equilibrata ripartizione di imprese e di addetti in tutti i comparti del settore, con una divaricazione nella media degli occupati per azienda abbastanza contenuta. Questa prevalenza di piccole e medie imprese risparmiò al trevigiano i momenti di crisi già presenti nel vicentino, dove alla fine degli anni Cinquanta l'antica Lanerossi aveva dovuto essere salvata dal fallimento dall'ENI, e che si accentuarono ulteriormente negli anni seguenti. Il tessuto produttivo trevigiano si adattava meglio al variare del mercato, e consentiva perciò più rapide conversioni di prodotto. Un'altra provincia che ormai presentava, dopo il ripiego dell'immediato dopoguerra, una consistenza produttiva nel T-A più o meno analoga a quella veronese (il 12% circa della attrezzatura regionale) era il padovano. Se Verona poteva qualificare un settore altrimenti frantumato con la presenza di un importante lanificio, il Tiberghien non ancora in crisi, a Padova esisteva – anche se con una minore incidenza occupazionale – un unico grande complesso a vocazione tessile, quello della Snia Viscosa per la produzione del rayon e di altre fibre artificiali.
- In realtà tutta la vivacità nelle produzioni di maglieria, capi d'abbigliamento ecc. – ma anche nelle nuove iniziative laniere e cotoniere del vicentino e del trevigiano – rivelava grossi elementi di debolezza. Rapidamente cresciute, a volte addirittura improvvisate di fronte all'inatteso aumento della domanda tessile interna verificatasi con le migliorate condizioni economiche dei lavoratori industriali, la generalità delle imprese operava con una scarsa caratterizzazione e qualità del prodotto, e disponendo di capitalizzazioni impiantistiche insignificanti. L'improvvisazione era la regola, aggravata per di più dalla fragilità finanziaria in cui molti operatori versavano. A qualcosa, da questo punto di vista, avevano supplito gli incentivi statali (e anche quelli locali, spesso varati ad hoc dalle singole amministrazioni) in materia di insediamenti produttivi nelle zone cosiddette depresse: alla fine essi avevano però determinato effetti più negativi che positivi. Da un lato perché la spinta all'impresa da parte di nuovi (e sprovveduti) operatori veniva più dalle opportunità di poter godere delle agevolazioni previste, che non da una meditata scelta di cosa produrre: e poiché l'investimento iniziale nella maglieria, e nell'abbigliamento, sembrava non richiedere molto di più di qualche macchina da cucire o di telaio rettilineo a mano, fu in quei settori che proliferò la micro-impresa. D'altra parte si consolidarono le aspettative di un assistenzialismo pubblico, che in qualche modo avrebbe sostenuto la vita di queste imprese insediate in zone rurali.
- Quando perciò l'illusione di un mercato facile, che assorbiva di tutto, naufragò di fronte alla grande congiuntura negativa del 1963-1964, gli operatori più avveduti cominciarono a comprendere che bisognava porre più attenzione al modo con cui si formava la domanda, cercando semmai di prevenirla, di orientarla. In poche parole era arrivato il momento di programmare le tendenze delle produzioni più suscettibili di espansione, e non già lasciarsene cogliere di sorpresa. Bisognava soprattutto, ora che la domanda interna si fletteva nuovamente, trovare la strada dell'esportazione: all'interno del Mercato Comune, ad esempio, dove tuttavia le imprese dell'abbigliamento presentavano ben altra consistenza e capacità organizzativa.
- I grandi cambiamenti qualitativi degli anni Sessanta/Settanta partirono da questo: in fin dei conti quella del 1963-1964 fu una battuta d'arresto salutare che, emarginando od espellendo dal mercato gli imprenditori improvvisati della fase espansiva, imponeva a chi restava di qualificare la produzione, specializzarla, investire in capitale fisso dopo un decennio di predominio del circolante.
- Non fu ovviamente una strada facile, o lineare, anche perché le tensioni salariali della fine del decennio (con i risvolti locali dell'"autunno caldo" del 1969) si abbatterono moltiplicati su un settore abituato da sempre ad un costo contenuto della manodopera. E larghe fasce di produttori non seppero farvi fronte. Si verificò cosi anche nella maglieria e nell'abbigliamento la dicotomia che si era verificata durante gli anni Trenta nel tessile puro: la convivenza di un nucleo compatto di imprese che investivano, si modernizzavano, aumentavano di dimensioni, e numerose altre che rimanevano marginali cercando la sopravvivenza nelle quote residue di mercato e – il più delle volte – lavorando come "terziste" per le prime.
- In queste aziende subfornitrici il ricorso al lavoro nero, e comunque ai lavoranti a domicilio, rimase a lungo la condizione essenziale per poter ricavare un minimo di margine tra il costo del prodotto ed il prezzo (basso) riconosciuto loro dai committenti. Questi si avvalsero in questa fase dei “terzisti” non solo per poter disporre di capacità di produzione aggiuntiva nei momenti di punta della domanda, ma anche al fine di ridurre il loro costo medio finale. Impossibilitati per la struttura ormai più formalizzata delle loro aziende ad utilizzare direttamente figure lavorative irregolari, essi divennero comunque i principali beneficiari del differenziale esistente tra salario contrattuale e salario in nero.
- Le principali crescite aziendali conseguite per tale via nei due comparti menzionati, si ebbero nel trevigiano e nel padovano. Il censimento industriale del 1971 indicava per quelle province incrementi nel numero di addetti oscillanti tra l'80 e il 120%; seguivano poi il vicentino ed il veronese. Quest'ultimo manifestava in realtà una perdita di vivacità complessiva nelle produzioni tessili: era lì, e nel rodigino, che come conseguenza di una minore intraprendenza imprenditoriale avevano proliferato i “terzisti”.
5. - L'espansione degli ultimi anni Sessanta e del decennio successivo non si basò tuttavia solo su una compressione, esterna alle imprese, dei costi di produzione, e sulle potenzialità produttive terze da poter mobilitare in caso di aumento della domanda. Piuttosto essa fu resa possibile dalla sapiente combinazione di questi fattori arretrati, quasi protoindustriali dato il basso livello tecnico delle aziende terminali della catena decentrata, con un selettivo aumento degli investimenti in alcune più che in altre fasi del ciclo produttivo. Giungendo anche, soprattutto in questi ultimi anni, all'applicazione spinta delle nuove tecnologie computerizzate e dei processi al laser per la sagomatura e il taglio dei tessuti sia nelle confezioni che nella maglieria.- Talvolta questa combinazione si è saldata con una particolare razionalizzazione organizzativa e amministrativa delle imprese. Prendiamo l'aspetto dimensionale: a partire dagli anni '70 solo un numero limitato di imprese supera i 250 addetti; delle altre, quelle più dinamiche si attestano tra i 100 e i 150 dipendenti. In realtà numerose iniziative imprenditoriali venete nell'abbigliamento e nella maglieria hanno una consistenza occupazionale ed impiantistica di molto maggiore: solo che la loro crescita è stata perseguita non mediante l'aumento dimensionale dell'impresa originaria, bensì con la creazione di impianti giuridicamente distinti dal nucleo iniziale, e spesso destinati a effettuare lavorazioni intermedie del ciclo produttivo unitario. In tale ambito ha trovato collocazione anche lo scorporo della commercializzazione del prodotto finito, affidata a strutture predisposte ad hoc. Sono perciò nati dei veri e propri mini-sistemi d'impresa, in cui le singole aziende forniscono semilavorati alla “capogruppo”, o vengono destinate a diversificazioni produttive specializzate.
- Questo “decentramento funzionale”, discutibile quando si è limitato a dar vita ad una sorta di “risparmio fiscale”, ha assunto significato diverso quando tale “risparmio” non è andato a finire in collocazioni speculative, ma è rientrato in una strategia di autofinanziamento d'impresa, e la separazione della funzione commerciale è stata utilizzata in direzione di una più aggressiva presenza sul mercato. Tale schema, al pari del più classico “decentramento” verso i terzisti, appare presente in Veneto non solo nel T-A, ma in svariati comparti della manifattura leggera. Solo che nei rami produttivi qui considerati, esso sembra essere più efficace che altrove.
- Nel maglificio ad esempio (che non solo è un comparto tra i più “poveri”, ma che si presenta ancor oggi naturalmente polverizzato), l'innovazione nella funzione commerciale, e principalmente nel sistema distributivo, è divenuta ai fini della crescita aziendale il sostituto più valido di innovazioni di processo e di prodotto: conseguibili solo nel medio termine le prime, altrimenti impensabili le seconde.
- Il “decentramento”, in entrambe le varianti appena ricordate, è stata la vera scelta strategica del “sistema moda” veneto. L'effetto, dopo il gonfiamento dimensionale avvenuto tra le due guerre e negli anni Cinquanta, è stato quello di restituire flessibilità alle imprese inceppate da rigidità sociali e diseconomie di scala. Ed ha permesso ad esse di reagire, e di adattarsi prontamente alle variazioni di una congiuntura sempre meno prevedibile.
- Lo spostamento all'esterno della impresa delle lavorazioni che non hanno bisogno di attrezzature sofisticate, e che possono essere affidate a manodopera scarsamente professionalizzata o comunque facilmente riconvertibile, ha comportato una modificazione strutturale nel ruolo del capitale fisso, concentrato – come ricordavamo – nei punti strategici del ciclo produttivo: quelle che richiedono la maggiore qualificazione degli addetti, e che garantiscono con un drastico contenimento dei costi anche standard di qualità nelle rese del prodotto finale. Quello del taglio centralizzato dei tessuti a fronte del frazionamento della confezione, è il caso forse più banale, ma attualmente il più emblematico.
- Da quanto detto, emerge perciò che il T-A ha accentuato la sua natura di aggregato di situazioni tecnologiche e di imprese assai differenziate tra loro. Coesistono le grandi con le piccole imprese; le produzioni ad intensità relativamente elevata di capitale con altre labour-intensive. Ma vi si trovano anche imprese e comparti in stagnazione o in regresso.
- Queste situazioni specifiche di produzione (che sono poi anche di mercato) dipendono sia dal comparto (laniero, cotoniero, maglieria, confezioni ecc.), sia dallo stadio o dal complesso degli stadi del processo di manifattura considerato. Con effetti sulla differenziazione delle dimensioni di impianto e di impresa, le modalità della concorrenza, l'organizzazione, il tasso di sviluppo, l'efficienza, le interazioni con le produzioni a monte e a valle. A causa di queste connessioni, i problemi dei singoli comparti non possono essere affrontati separatamente: in particolare, il problema occupazionale e del futuro del settore devono essere visti in un quadro generale che consideri, innanzitutto, la validità relativa del T-A rispetto agli altri settori produttivi, e poi lo sviluppo e le opportunità dei singoli comparti all'interno del settore stesso.
- La crescita nel comparto della maglieria (che ha compensato per circa due terzi le perdite occupazionali nei rami a monte) e in quello dell'abbigliamento informale, ha determinato non solo fenomeni di concentrazione della produzione, ma anche effetti di ritorno in tutto il settore. Nella lana, alla diminuzione dell'occupazione si è infatti accompagnato un aumento della produzione in filati industriali, oppure in tessuti non destinati al consumatore finale ma ai confezionatori. Il calo della seta è stato compensato da aumenti, all'incirca di pari valore, nei rami cotoniero e delle fibre chimiche; stabili invece in termini di prodotto (ma non di occupazione e di numero di imprese) i comparti della canapa e della juta, e quello del lino. Si è infine distinto per un vivace incremento il comparto della tintura, stampa e finissaggio dei tessuti, inevitabile conseguenza della specializzazione d'impresa.
- Se i primi anni Ottanta si erano aperti in un clima di crescente sfiducia sulla competitività del T-A all'interno dei paesi maggiormente industrializzati (andamento stazionario della domanda, crescente penetrazione dei più economici prodotti dei paesi asiatici e dell'Est europeo), questa tendenza si è oggi notevolmente attenuata. Uno dei motivi fondamentali è stato il radicale processo di innovazione realizzato dalle imprese italiane, e da quelle venete in particolare. Nel tessile puro si è operato con profonde innovazioni di processo e di organizzazione; nell'abbigliamento, soprattutto attraverso la ridefinizione delle politiche di marketing. Entrambi gli approcci hanno accentuato il decentramento produttivo, soprattutto attraverso la disintegrazione tecnica e la specializzazione. L'innovazione dei processi e dei prodotti sembra essere destinata ad avere un ruolo strategico ancor più nei prossimi anni.
- Nel tessile, il progresso tecnico comporterà una ulteriore riduzione nel numero dei passaggi dei cicli di produzione, un aumento degli automatismi nei movimenti tra macchina e macchina ed una maggiore automazione nelle macchine stesse. Gli investimenti reali di capitale fisso per addetto, già aumentati, cresceranno ulteriormente. Nell'abbigliamento, l'innovazione riguarderà ancora le tecniche di marketing, ma si estenderanno le lavorazioni a basso impiego di manodopera e si giungerà alla robotizzazione di alcune operazioni (ad esempio, come già fa il gruppo Benetton, automatizzando la gestione del magazzino).
- Le imprese venete sono state tra le prime in Italia a risentire (e quindi ad organizzarsi per affrontare in termini di efficienza il problema) del progressivo abbreviamento dei tempi di ordinazione da parte dei punti di vendita, che in tal modo cercano di evitare giacenze causate dal veloce variare della moda. Questo ha determinato una diminuzione dei tempi di ordinazione dei semilavorati tessili richiesti dalle imprese dell'abbigliamento e della maglieria, con ulteriore effetto nella velocizzazione complessiva del ciclo. All'interno di questo scenario di competizione e di mutamento, il T-A veneto mostra una reazione positiva: alla crisi delle produzioni a basso costo e di media qualità verificatasi alla meta degli anni Settanta, ha reagito con una propensione verso produzioni altamente differenziate, a più alto valore aggiunto e ad intensità di marketing. Ciò è stato possibile grazie ad un mercato dei paesi occidentali sempre più orientato verso il fattore moda (magari “drogato” dall'uso massiccio di marchi personalizzati), e ad una struttura produttiva orientata alla massima flessibilità operativa nella quale emergono le produzioni di piccola e media serie. Un'altra reazione del T-A veneto, o meglio di uno dei suoi più antichi protagonisti, è stata quella di irrobustire le proprie diversificazioni, acquisendo e razionalizzando impianti extraregionali già esistenti e in grado di fornire sinergie con il proprio mix produttivo. Va letta anche in questo senso l'operazione che ha condotto, nel 1986, il gruppo Marzotto ad assumere il controllo del Linificio e cotonificio nazionale.
- Comunque sia, le quote di mercato acquisite all'interno ed all'estero negli ultimi anni hanno dimostrato una performance veneta relativamente migliore di quella degli altri distretti produttivi del paese. I valori medi dell'export sono tuttavia rimasti generalmente inferiori alla media dei principali paesi industrializzati, sintomo inequivocabile della maggiore specializzazione dei nostri concorrenti (si pensi, ad esempio, a certa maglieria britannica) nei segmenti più alti. Quest'ultimo elemento risulta altresì aggravato da un fattore per altri versi positivo. La rinnovata capacità delle nostre esportazioni in tessuti, frutto dei consistenti investimenti tecnologici degli ultimi anni, sta infatti favorendo la competitività internazionale dei comparti dell'abbigliamento di Francia e Germania che riescono – col ricorso ad uno styling italiano, e al trasferimento della fase di confezione in paesi a basso costo di manodopera – a contrastare l'espansione di alcuni nostri prodotti. I primi effetti negativi già si fanno sentire; nel prossimo futuro c'è il rischio che essi si ripercuotano anche nella stessa produzione di tessuti. Da qui il crescente interesse del T-A veneto per la ricerca di una maggiore qualificazione nel prodotto finale.
6. - Si diceva prima delle modificazioni intervenute nel comparto della maglieria. Si è trattato di un fenomeno generale, reso tuttavia emblematico da alcuni casi aziendali di crescita spettacolare. Il riferimento più immediato è alla Benetton, il gruppo tessile di Ponzano Veneto che è oggi – con un fatturato ormai vicino ai mille miliardi di lire – uno dei principali produttori mondiali di abbigliamento, e primo assoluto nel segmento della maglieria esterna in lana.- Questo successo è stato conseguito in neanche vent'anni, a partire da un piccolo laboratorio, in cui però la produzione interna fu integrata fin dall'inizio da quella fatta eseguire presso “terzisti”.
- Dopo una prima espansione – nella quale l'innovazione poggiò sulla riconversione di vecchi telai automatici da calzetteria a maglieria diminuita, e più tardi sulla introduzione di sofisticate attrezzature a programmazione elettronica – la Benetton puntò, per la sua crescita, su tre fattori essenziali. Il primo è consistito nella realizzazione di un'organizzazione distributiva capillare ed efficiente, approdata ben presto ad una rete di negozi in franchising (oggi circa tremila, in Italia e all'estero) ai quali l'azienda fornisce, oltre all'esclusiva locale per la vendita dei prodotti, il necessario know-how gestionale e di marketing. Il secondo fattore ha riguardato il tipo di produzione, basata su articoli sostanzialmente “poveri” (cardato nella maglieria, cotone di qualità standard nella camiceria e nell'abbigliamento informale), con uno styling approssimativo, ma fortemente e tempestivamente caratterizzato, ad ogni minimo mutamento del mercato, da colori o fantasie-moda: soprattutto imposti al consumatore con una campagna pubblicitaria estremamente ammiccante. Il colore, in particolare, ha avuto all'inizio un ruolo fondamentale: per ridurre gli inconvenienti del fattore “moda”, che da sempre ha appesantito i costi di gestione delle aziende del settore, rendendo rischioso l'approntamento di adeguate scorte a magazzino, la Benetton ha impostato parte della sua produzione di maglieria sull'unito, da tessere in greggio e da tingere all'ultimo momento con colori-moda, magari trainati dalla pubblicità della casa (come ad esempio le tinte pastello, anche maschili, ormai autentico fenomeno di costume), e selezionati dopo alcune vendite-test a inizio stagione in negozi ritenuti indicativi delle reazioni del pubblico. Un metodo assolutamente inedito, ma di singolare efficacia, che ha reso il sistema produttivo in grado di adeguarsi, con pochi modelli base, alle variazioni del mercato: è per questo che il reparto tintoria, generalmente assente dai maglifici perché usi a tessere filati già tinti, è divenuto uno dei settori chiave dell'organizzazione produttiva. Il terzo fattore, che si integra tuttavia al secondo, è consistito nel tipo di decentramento produttivo realizzato dal gruppo, e che comprende – a partire dalle fasi accentrate negli stabilimenti aziendali: tessitura, taglio, tintoria, approntamento finale per il mercato – una vasta galassia di imprese terziste e di lavoranti a domicilio, concentrata in Veneto e Lombardia, ma con ramificazioni in altre regioni adriatiche. I vantaggi che sono derivati al gruppo di Ponzano da questa peculiare combinazione tra livelli industriali di produzione e ricorso massiccio alle lavorazioni esterne, sono evidenti. L'azienda è stata in tal modo in grado di realizzare elevate economie di scala all'interno dei propri impianti, pur mantenendo nelle fasi a valle del ciclo di lavorazione un alto grado di flessibilità produttiva.
- Il dinamismo di questa avventura imprenditoriale, entrata ormai nei manuali di organizzazione aziendale, si è esteso anche ad altri settori. Ricorrendo ad una collocazione finanziaria dei profitti d'impresa (partecipazioni in aziende tessili e calzaturiere extraregionali, banche, assicurazioni, parabancario, informatica), il gruppo si è ormai imposto come uno degli operatori più innovativi della manifattura leggera italiana.
- Pur essendo un caso limite, date le dimensioni che il business Benetton ha ormai assunto, filosofie d'impresa analoghe a questa sono emerse parallele anche in altre aziende del maglificio veneto. Ad esempio nella Stefanel, altra giovane azienda trevigiana con sede a Ponte di Piave: con un fatturato che è ormai circa un sesto di quello della Benetton, essa insidia il gruppo di Ponzano nelle fasce più qualificate del mercato.
- La strategia d'espansione è la stessa: catena di negozi in franchising, investimenti in alcune fasi del ciclo, decentramento accentuato per la confezione. E se la Benetton – con una società mista con la BNL – fa ricorso al factoring per ricostituire a costi contenuti il capitale di giro, la Stefanel non è da meno in quanto ad innovazioni finanziarie: essa si è assicurata, con quello che in termine tecnico è un “domestic swap agreement” (la notizia è di pochi mesi or sono), la copertura per due anni del rischio di cambio sui mercati esteri per le forniture previste. Una misura con la quale l'azienda tenta di contenere le difficoltà che la caduta del dollaro sta causando alle sue esportazioni nordamericane.
- Una attenta lettura di questi successi, come dell'evoluzione fin qui delineata, porta ad alcune conclusioni. Il T-A veneto ha prodotto in questi ultimi due decenni un certo tipo di imprenditorialità che ha saputo combinare la intrinseca arretratezza di un prodotto “maturo”, e di talune fasi della sua lavorazione, con strategie e tecnologie sofisticate. E per il quale il decentramento produttivo, che ha storicamente assolto alla funzione di attenuare i punti critici esistenti tra le diverse fasi produttive, adeguando rapidamente volume e gamma dei prodotti al variare del mercato, si è trasformato da polmone eccezionale dei momenti congiunturali in elemento strutturale e permanente. Una scorsa all'elevato fatturato (teorico) per addetto di un consistente numero di imprese, rivela ben più di altri indici il peso ormai raggiunto dalle lavorazioni esterne.
- Questo tipo di imprenditore “innovativo” ha dimostrato altresì una propensione agli investimenti fissi un tempo sconosciuta nel settore, finalizzandola però ad un potenziamento disomogeneo delle singole fasi produttive. Il grado e la distribuzione degli investimenti sono risultati strettamente dipendenti da ciò che è o viene ritenuto strategico per il ciclo aziendale: emerge da questa scelta il ruolo centrale attribuito alle tecnologie “aggiuntive”, che migliorano tali fasi strategiche, e che sono privilegiate a quelle “sostitutive”, presenti ancora in misura limitata. La marginalità delle tecnologie “correttive”, che in genere intervengono più propriamente sulla manualità operaia, è la logica conseguenza del decentramento: più verso laboratori terzisti, che verso impianti collegati.
- Fino agli inizi degli anni Ottanta, l'innovazione si è pertanto sviluppata a metà tra tecnologie aggiuntive e marketing, e quest'ultimo è stato spinto fino al paradosso, per cui l'immagine del prodotto può divenire più importante della qualità intrinseca, o per meglio dire l'immagine “è" qualità. È una tendenza che, per le osservazioni fatte precedentemente sulla concorrenza in atto all'interno dei paesi più industrializzati, dovrà necessariamente mutare, pena la perdita delle posizioni fin qui acquisite.
- Vi sono sintomi che qualche cambiamento sia già in atto, con l'approntamento di investimenti “sostitutivi” diretti all'automazione di intere fasi di lavorazione. Tutto questo comporterà inevitabilmente spinte verso una concentrazione selettiva delle produzioni a più elevato “contenuto” tecnologico, con una probabile ridefinizione del mix di lavorazioni da affidare alla subfornitura. La corsa che si è aperta tra produttori della regione (Marzotto, Benetton) da un lato, e due case francese ed inglese dall'altro, per accaparrarsi gli impianti più moderni della Lanerossi, ora che l'ENI ha annunciato la messa in vendita di quel gruppo, è significativa delle tensioni che stanno attraversando il settore. In giuoco non sono tanto le quote di mercato che l'acquisizione di quel gruppo può rappresentare, quanto la necessità di razionalizzare in tempi brevi le rispettive capacità produttive in taluni segmenti dei semilavorati tessili.
- Comunque finisca la contesa [è finita con la vittoria della Marzotto, che ha acquistato la Lanerossi per 168 miliardi], è certo che il T-A veneto si trova di fronte ad un passaggio cruciale della sua storia: o riesce a consolidare le sue recenti caratteristiche di settore innovativo e trainante, o corre il rischio di regredire ad un agglomerato disordinato di comparti “maturi”.