Giorgio Roverato
Un archivio industriale: il caso della Marzotto.
da "Rivista di storia contemporanea", n. 2, 1983
(ora in: Scritti di storia economica, Padova, La Modernissima, 1995)


 
1.Riuscire ad accedere a un archivio aziendale è cosa ancora rara nel nostro paese, e può perciò essere utile descrivere un'esperienza sul campo, che metta in luce i problemi insiti nel tipo di documentazione rinvenibile in tali archivi.
Il caso è quello della Manifattura Lane Gaetano Marzotto & Figli di Valdagno (G.M.&F.), la più grande impresa laniera italiana, divenuta tale già nel corso degli anni trenta, e operante oggi in sette stabilimenti siti nelle province di Vicenza, Brescia, Pavia e Salerno. L'azienda, nata nel 1836, già agli inizi del secolo si era affermata sui mercati internazionali con forti quote esportate sul totale del fatturato, acquisendo particolare specializzazione e notorietà nelle fabbricazioni di filati pettinati e di tessuti per uomo: essa è stata la prima impresa ad avviare, nel pieno della crisi tessile 1921-22, un vasto programma di razionalizzazioni produttive e impiantistiche, e via via aggiornandole, che nei decenni successivi le hanno permesso di essere quasi sempre mediamente superiore, in quanto a livelli tecnologici, delle imprese concorrenti. Anche da questo, oltre che dalle strategie e capacita specifiche dell'attuale management, deriva il ruolo di capofila del settore che l'impresa oggi ricopre, essendo anche una delle principali aziende tessili a ciclo completo.
L'accesso all'archivio era stato concordato con la proprietà (1)nell'ambito di uno studio sulla storia dell'azienda, a partire dalla fondazione fino all'impatto del tessile laniero con i problemi del cosiddetto "miracolo economico" italiano. Si tratta di una delle prime ricostruzioni di storia aziendale, su fonti prevalentemente interne, avviate in Italia (dove la lontananza dai modelli della Entrepreneurial History britannica o della Business History statunitense è ancora rilevante) (2): e intende saggiare la validità di analisi che partano dalle singole imprese, ovviamente di consistente peso dimensionale, per abbracciare i problemi del settore. In una sorta di "microstoria" che sia però costantemente legata alle variabili del mercato più ampio.
I limiti cronologici dello studio furono poi ristretti, principalmente per carenze documentarie, al periodo 1900-1961 (3). Che aveva però il merito di concentrare tutti i grossi nodi di una moderna produzione tessile: indipendenza dal mercato estero per i semilavorati (top, o pettinato); razionalizzazione negli acquisti di materia prima (dalle case intermediarie all'acquisto diretto); avvio su larga scala delle esportazioni; incidenza e condizionamento delle commesse militari; ammodernamento tecnologico per contrastare la concorrenza straniera e l'avanzare della chimica tessile; concentrazione produttiva; forzato ricorso a materie prime povere (autarchia); sovradimensionamento occupazionale e difficoltà di riconversione; innovazioni di processo e innovazioni di prodotto (affiancamento di fibre sintetiche a fibre naturali); emergere di nuove figure operaie e tecniche; avvio delle prime automazioni.
La parte dell'archivio che lo studioso ha avuto a disposizione – situata nei vasti sottotetti (oltre 2.000 mq, a occhio e croce) dell'edificio della direzione generale e della presidenza, e dove hanno anche sede i principali uffici amministrativi del complesso aziendale – era per lo più distinta dall'archivio corrente: che è invece automatizzato, e viene gestito separatamente – e più efficacemente – nei sotterranei dell'edificio. Ma in alcune sezioni, e per talune pratiche relative ad anni recenti, l'archivio avuto a disposizione è tuttora utilizzato. Ciò è la diretta conseguenza della concezione che si ha in sede aziendale dell'archivio. Che è deposito di documentazioni che devono essere conservate per un determinato numero di anni in ottemperanza a inderogabili normative fiscali, e di pratiche non definite, o, meglio, suscettibili di controversia con clienti e fornitori: e in sovrappiù deposito di documentazioni di riscontro (ad esempio, i cartellini delle telefonate interurbane che, prima dell'avvento della teleselezione, le società concessionarie – in questo caso la TELVE – inviavano all'utente insieme alla bolletta; le bolle di spedizione o di ricevimento delle merci; quelle interaziendali di accompagnamento di semilavorati da un reparto all'altro ecc.), che avrebbero dovuto essere distrutte una volta effettuati i relativi controlli.
Ciò ha determinato – in assenza della costituzione di una "sezione storica", ovviamente inutile ai fini strettamente aziendali – la stratificazione in questo unico grande ambiente, suddiviso in box di rete metallica a seconda delle varie sezioni operative, di più archivi "vivi" (in cui la parte "morta" è rintracciabile solo per deduzione). Nei quali è lo stesso ricercatore a dover operare una sorta di "scarto" per distinguere i documenti utilizzabili in sede di ricostruzione storica da quelli – la maggior parte – irrilevanti: con le difficoltà, le conseguenze e i lunghi tempi tecnici del caso.
 
2. Ma vediamo qual è, a grandi linee, la tipologia di questo archivio. Va innanzitutto rilevato che a partire dal 1912, e fino al 1932, la ditta unitaria operante in due stabilimenti, e corrente come individuale sotto il nome di Gaetano Marzotto & Figli, è stata per ragioni ereditarie suddivisa in due distinte proprietà azionarie: una riguardante l'impianto valdagnese, denominata Lanificio Vittorio E. Marzotto S.A.; l'altra il vicino stabilimento del Maglio, inglobante nel nome Filatura di lana a pettine Gaetano Marzotto & Figli S.A. l'antica "ditta". Nel 1919 l'anonima di Valdagno venne trasformata in ditta individuale, e nel 1932 il titolare di essa, Gaetano Marzotto Jr, rilevò – in seguito a dissesto – l'anonima del Maglio, ricostituendo l'unità aziendale, ma tenendo formalmente distinte le due imprese. A queste due ditte – una individuale, l'altra societaria – si aggiunsero tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta altre acquisizioni societarie, frutto di forzate capitalizzazioni di crediti divenuti inesigibili nella crisi industriale di quegli anni: la S.A. Lanificio di Manerbio, la S.A. Lanificio di Brugherio,la S.A. Tessitura di Brebbia. Nel 1937 queste imprese vennero fuse per concentrazione nell'anonima del Maglio, che assumeva la nuova denominazione di Manifattura Lane Gaetano Marzotto & Figli S.A. e contemporaneamente acquisiva anche gli impianti della S.A. Pontecorvo di Pisa. Nel 1952 la ditta individuale di Valdagno venne finalmente inglobata nell'impresa societaria, quale essa è attualmente. All'interno di questo intreccio convissero per brevi periodi altre ditte individuali e altre società azionarie, nelle quali vennero scorporate alcune funzioni commerciali e produttive.
Essendo comunque unici i criteri gestionali e le strategie aziendali, i fondi documentari relativi alle distinte ragioni sociali si confondono, dando luogo a non pochi problemi in fase di ricostruzione. Acquisiscono perciò un'importanza anche maggiore di quanto hanno usualmente le serie dei cosiddetti "libri sociali", che raccolgono i verbali delle assemblee degli azionisti (o dei soci) e i verbali delle riunioni dei Consigli di amministrazione. I libri sociali, risalendo formalmente l'attuale società alla vecchia anonima del Maglio del 1912, non sono però conservati nell'archivio ma custoditi presso l'ufficio legale aziendale.
Questo corpo documentario se è stato importante per ricostruire l'intelaiatura delle principali scelte produttive e gestionali, ha presentato però alcune inadeguatezza: la consueta brevità di tale tipo di documenti, condita da buone dosi di ermetismo «secondo una prassi largamente consolidata e che può dirsi connaturata al funzionamento stesso del sistema capitalistico» (4), diviene qui più accentuata dato il carattere "familiare", e a volte "personale" (come consentito fino al C.C. del 1942 dal Codice di commercio), della struttura societaria. I libri dei verbali divenendo perciò poco più di un sintetico adempimento burocratico. Tale situazione presenta però in taluni periodi delle eccezioni, e scompare a partire dal 1952 quando società azionaria e ditta individuale divengono un tutto unico. Ma anche in questo caso non emergerà, data la persistente natura familiare del gruppo proprietario, un reale dibattito assembleare, mentre i verbali del Consiglio di amministrazione, per quanto più dettagliati che nel passato, rappresentano una notarile presa d'atto di decisioni prese al di fuori di esso. Questo almeno fino al 1960, quando la società emettendo azioni privilegiate quotate in Borsa ha dovuto sottoporsi a criteri di pubblicità e trasparenza più ampi: e decisamente la situazione muterà ora che essa ha collocato sul mercato borsistico (1981) una nuova emissione di azioni ordinarie, precedentemente riservate al solo nucleo familiare proprietario.
La mole di informazioni che da tali verbali si è potuta ricavare rimane comunque apprezzabile: dai dati di bilancio, peraltro eccessivamente sintetici fino alla metà degli anni Cinquanta, all'andamento di tutta l'organizzazione amministrativa e industriale, ai rapporti con l'esterno (con gli organi dello stato, con le banche, con clienti, fornitori e con altre imprese). Partendo da queste informazioni è risultata più agevole, e più fruttuosa, la consultazione dell'archivio vero e proprio.

3. In dettaglio: la documentazione per il periodo antecedente al 1900 si è subito rivelata pressoché inesistente. È stato rintracciato qualche singolo documento, peraltro non troppo significativo, in fascicoli riguardanti ricordi familiari custoditi nel box "Presidenza". Sono risultate mancanti anche quelle poche carte che nel 1935-36 erano state fornite al compilatore (E. Janni) del volume giubilare Un episodio e una storia. (Il centenario di un lanificio. Marzotto 1836-1936) (5). Qualcosa può essere rimasto in qualche fondo familiare, probabilmente situato nell'abitazione del defunto Gaetano Marzotto Jr (1894-1972), una villa-palazzo disabitata che domina lo stabilimento valdagnese: ma è allo stato dei fatti ignoto (6). È stata questa carenza – cui peraltro in sede di ricostruzione sommaria del primo periodo aziendale si è supplito con fonti indirette pubbliche e private, prevalentemente a stampa – a far spostare la data d'inizio dello studio vero e proprio.
Peccato: perché la vicinanza di quell'altra grande impresa che fu il Lanificio Rossi (Schio), e di cui la parte maggiore dell'archivio è proprio quella ottocentesca, avrebbe permesso pur nel contrasto delle diverse dimensioni alcuni interessanti raffronti a proposito del rapporto con il mercato, delle contraddizioni tra meccanizzazione in tessitura e arretratezza tecnologica della filatura ecc. Completando così quell'affresco sulla struttura del lanificio italiano prima del decollo industriale del 1896, che è stato esemplarmente avviato in anni lontani da Quazza e poi da Castronovo sulla base degli archivi sette-ottocenteschi delle imprese piemontesi.
Alla Marzotto la povertà dei documenti 1836-1900 è risultata però ampiamente compensata dalla consistenza dei fondi novecenteschi: che si fa a partire dagli anni Venti addirittura sovrabbondante. Quali le sezioni più importanti? Innanzitutto quelle che si riferiscono ai servizi amministrativo-contabili: esse forniscono una mole enorme di materiali di tipologie diverse. Le situazioni contabili mensili, le raccolte delle fatture, i libri degli inventari sono le tre documentazioni che si rivelano particolarmente fruttuose. Ciò soprattutto in riferimento alla ditta individuale (il Lanificio V.E.M.), per il quale non esistono bilanci annuali che non siano quelli – inadeguati ai nostri fini – redatti a scopo fiscale: e neppure tutti rintracciati.
Dal primo tipo di documenti, esistenti nel Lanificio V.E.M. a partire dal 1919 e fino alla seconda guerra mondiale, si sono ricavate le fluttuazioni delle varie voci di contabilità generale e delle principali di quella industriale (anche se quest'ultima esisterà come tale solo a partire dalla fine degli anni Venti). E attraverso di esse è stato possibile ricostruire – assieme alle risultanze inventariali – una sorta di bilancio annuale (stime) con il quale procedere ai raffronti che usualmente in tali casi si fanno: sia tra esercizio ed esercizio, che tra azienda e azienda (almeno nei segmenti in cui il tipo di produzione era il medesimo). In taluni casi – e in assenza di indici più attendibili – le voci ivi comprese, ad esempio il monte-salari e le sue variazioni, o i costi sostenuti per l'energia (7), hanno permesso di valutare approssimativamente il tasso di attività degli impianti nelle varie stagioni.
Le raccolte delle fatture, di cui rimane a partire dalla fine del secolo scorso la serie pressoché completa dapprima per la ditta individuale Gaetano Marzotto & Figli, poi per il Lanificio V.E.M. (parzialmente, invece, per l'anonima del Maglio), e che sono per lo più conservate in volumi "copialettere", hanno permesso di determinare il rapporto tipi prodotti/prezzo, dando anche uno spaccato delle condizioni di vendita praticate nei vari periodi e sui vari mercati, dell'area geografica di penetrazione commerciale, dell'incidenza della vendita ai grossisti sul totale delle vendite effettuate ecc.
I libri inventariali, in realtà quelli del Lanificio V.E.M. una sorta di brogliaccio non sempre utilizzabile come si sarebbe voluto, hanno consentito, in assenza di un ufficio prodotti, di risalire alla tipologia produttiva aziendale degli anni Dieci, Venti, Trenta (8), nonché di valutare, attraverso le variazioni delle scorte di materia prima a magazzino (e anche dei prodotti finiti) il mutare delle politiche gestionali. Ma hanno fornito anche una messe di informazioni, ancora attraverso l'andamento e la tipologia delle scorte, sui servizi tecnici aziendali, dando un'idea, a volte approssimativa, altre volte più consistente, della loro potenzialità: altrimenti non rintracciabile in altri documenti.
Queste documentazioni non esistono invece per l'anonima del Maglio fino al 1932: gli archivi collocati in quello stabilimento sono stati dispersi sia per i lavori di rimaneggiamento edilizio avviati con il cambio di proprietà, sia per l'utilizzazione in sede di una lunga lite giudiziaria di parte consistente della documentazione più significativa (9). Talché nelle soffitte degli uffici di quell'impianto rimangono solo qualche irrilevante spezzone d'inventario, fascicoli incompleti di corrispondenza commerciale, più le solite documentazioni di riscontro. Tutto ciò che di archivisticamente rilevante si doveva formare dopo il 1932 è invece conservato nel fondo valdagnese.
Una sezione particolarmente interessante per l'ampiezza delle informazioni fornite, anche se per il taglio dello studio in oggetto è stato scarsamente utilizzato, è quello relativo alle paghe operaie. Sono conservate a partire dagli anni venti le schede dipendente per dipendente, che oltre ai salari e al numero delle ore lavorate, ordinarie e straordinarie, riportano la quantità e la qualità delle multe, la loro entità, il livello di indebitamento del dipendente con l'azienda (piccoli prestiti, anticipi sulle retribuzioni ecc.). Analogamente è conservata una buona parte dei vecchi libretti di deposito (risparmio) degli operai presso l'azienda: analizzandoli in raffronto con i salari ne è uscita, con i suoi alti e bassi, una rappresentazione emblematica della qualità della vita operaia. Una comparazione di questi dati con le situazioni mensili (ma talune di esse li riportano già inglobati) ha fornito l'incidenza del risparmio operaio e impiegatizio sui vari canali di finanziamento dell'azienda: risparmio che ha rappresentato per essa, dato il più basso interesse rispetto a quello bancario (anche se per i dipendenti esso era senz'altro più elevato di quello che avrebbero comunque ricavato sul mercato), una sorta di autofinanziamento improprio.
Di singolare rilievo è, a partire dal 1912 parzialmente, più decisamente dalla metà degli anni Venti, la raccolta dei volumi copialettere riguardanti gli uffici più importanti (amministrazione, ufficio lane, ufficio vendite, ufficio acquisti), ma soprattutto la direzione generale e la proprietà (copialettere "Il titolare" per il Lanificio V.E.M., copialettere "L'Amministratore delegato" per la G.M.&F. ante-1932, copialettere "Presidenza" post-1932). Tale fondo, che riguarda parzialmente anche le aziende via via acquisite durante la crisi industriale, dura fino a metà degli anni Cinquanta, quando tale sistema di archiviazione della corrispondenza venne accantonato. Ma per la "Presidenza" esso si prolunga fin dopo il 1960. Da questi volumi la vita aziendale emerge nella sua interezza: nella molteplicità delle relazioni con l'esterno ma anche dei rapporti interni, interaziendali. Questo aspetto delle "comunicazioni interne", e della corrispondenza tra aziende e/o unità produttive collegate, ha permesso di cogliere, per poterli poi approfondire in sede di ricerca archivistica, i nodi essenziali dell'organizzazione produttiva: che pur in un settore "tradizionale" quale quello laniero si presentava estremamente complessa. In realtà ciò essendo indotto anche da tutti quei vincolismi, e burocratizzazione di funzioni amministrative altrimenti agili, volute dal dirigismo fascista.
Dei servizi tecnici aziendali non sono stati rintracciati fondi di particolare significato: in parte perché le strategie tecnico-impiantistiche erano decise a livello di proprietà e di alta dirigenza (e in tali sedi va riscontrato il momento di formazione delle decisioni, e le caratteristiche tecniche delle stesse), spettandone ai servizi tecnici la mera esecuzione; in parte perché gli aggiustamenti tecnici più incisivi a livello produttivo portavano via via a una rapida obsolescenza e inattualità delle documentazioni di supporto accumulate, e risultava naturale la loro eliminazione. Talché per i periodi più lontani si ritrovano spezzoni di scarso significato, e l'attrezzatura tecnica dei vari periodi ha dovuto essere ricostruita attraverso le fonti "amministrative" e dell'alta dirigenza.
Una fonte accessoria ma non trascurabile per ricomporre la "immagine" aziendale, e anche l'efficienza di taluni settori organizzativi, è stata quella che un po' impropriamente definiremmo "iconografica": che non si ritrova in un fondo unitario, ma va rintracciata nelle varie sezioni e fascicoli. E che può comprendere le piante degli immobili e dei terreni aziendali, i disegni e fotografie delle costruzioni e degli impianti in generale, quelle dei vari reparti di produzione con la distribuzione dei macchinari, quelle delle istituzioni assistenziali dell'azienda, la stessa "modulistica aziendale". Quest'ultima in particolare ha permesso, in unione ad altri elementi, di ricavare il vario grado di "modernità" della struttura aziendale, a partire dalle comunicazioni che dalla direzione si trasmettono via via sino alla base produttiva, e delle informazioni che da questa salgono al vertice.
Non sono state rintracciate, come ci si riprometteva, raccolte significative di materiale pubblicitario/promozionale che invece negli anni Trenta è stato particolarmente copioso: e che contrasta con un altrimenti parco uso che della pubblicità diretta ha sempre fatto l'azienda, almeno fino al lancio su vasta scala, all'inizio degli anni Sessanta, del settore delle confezioni. Preferendo essa piuttosto gli effetti pubblicitari indotti dalle iniziative in campo assistenziale e sociale verso le maestranze, dal mito di Valdagno città prospera e felice amplificato dalla stampa nazionale ed estera, dalla risonanza delle sperimentazioni di Portogruaro (10), dal pionieristico avvio di una moderna rete turistico-alberghiera (i futuri Jolly Hotels) nel Meridione d'Italia, dal mecenatismo dei Premi Marzotto. Ma che rifletteva anche l'opinione che la qualità del prodotto si imponeva da sola, e che il nome antico della ditta era da solo sufficiente garanzia di successo. In un eventuale fondo pubblicitario si contava di ritrovare, tra l'altro, le serie complete dei volumetti "Bibliotechina Lane Marzotto" e dei quaderni "Le grandi ore della patria" diffusi nelle scuole inferiori come Manifattura Lane Gaetano Marzotto & Figli S.A., così come tutta la pubblicità "autarchica" che testimonia della singolare e sofferta commistione tra industria laniera, per vocazione liberista, e condizionamenti del dirigismo fascista. Una testimonianza che, se non altro per gli aspetti di costume, sarebbe stata senz'altro eccezionale pur a margine di uno studio di storia economica: e che solo parzialmente, e faticosamente data la dispersione, è rintracciabile ricorrendo ad altre fonti documentarie (giornali, riviste, archivi pubblici).

4. Un discorso a parte riguarda la sezione denominata "Presidenza", che comprende non solo documenti riferentisi al periodo dell'anonima distinta dalla ditta individuale, e poi della S.p.A. unitaria (post-1952), ma anche documentazioni di diretta competenza del titolare nella ditta individuale. Essa costituisce, per la centralità del processo decisionale che a dette funzioni si riferisce, una traccia di lettura di indubbia efficacia per tutto il restante materiale archivistico: sia di quello qui citato che di quello non menzionato. Rapporti riservati, studi particolareggiati, progetti mai sviluppati ma che sottendono una intensa attività di elaborazione ecc., convivono con spezzoni archivistici delle società acquisite, con documentazioni delle diversificazioni degli investimenti aziendali e personali, con documenti di primo avvio di nuove iniziative (ad esempio, la ricordata catena turistico-alberghiera), con fascicoli di corrispondenza privata relativi alla progettualità politica dell'imprenditore Gaetano Marzotto (cfr. per tutti la busta riguardante i rapporti con Guglielmo Giannini e con "Il Buon Senso"), alla politica assistenziale, alle pratiche paternalistiche, via via fino alle lettere di chi chiedeva lavoro implorando direttamente il grande industriale, chiamato in una specie di simbiosi con il paese, che dalle sue imprese dipendeva, "Signor Valdagno", alle lettere di quei dipendenti che chiedevano giustizia denunciando i torti subiti dai "capi" sul lavoro o fuori di esso, o di chi denunciava il tal dirigente, o il responsabile di reparto di infedeltà verso l'azienda. Un fondo, insomma, ammassato disordinatamente, ma di straordinaria ricchezza interpretativa.
Che succederà di questo archivio una volta che lo studio cui ci si riferisce sarà completato? La speranza dello studioso è che esso venga organizzato in "sezione storica" dell'archivio aziendale, e messo a disposizione di chi vorrà tentare ulteriori approfondimenti su un'azienda di così singolare rilevanza nel suo settore: restano comunque i pericoli cui sono fatalmente soggetti simili fondi. E che sono la dispersione, e peggio ancora la distruzione: non fosse altro che per motivi di spazio, come chi scrive ha potuto constatare di persona. I buchi che sono stati via via rilevati nelle serie archivistiche, e che interrompono a metà interi periodi di attività aziendale, per riprendere dopo qualche anno o dopo una decina d'anni, appaiono del tutto casuali, essendo dovuti all'installazione nei sottotetti che ospitano l'archivio di canalizzazioni dell'aria condizionata, di condutture elettriche ecc. Con il materiale rimosso mandato al macero perché considerato assolutamente inutile!
Qualche buona probabilità che il materiale rimasto venga salvaguardato è data dall'interesse che la proprietà ha riservato alla ricerca in via di conclusione: è sperabile che esso si concretizzi al più presto. Ma è anche indispensabile che a tal fine si muovano le autorità a ciò preposte, in forza del tanto inapplicato DPR 1409 del 1963, e dello strumento della notificazione di "notevole interesse storico" prevista dal suo art. 36. Fa in realtà sorridere rileggere nella "Rassegna degli archivi di stato" del gennaio-aprile 1973, dedicata a Una tavola rotonda sugli archivi delle imprese industriali tenuta a Roma nell'ottobre 1972, che l'allora sovrintendente archivistico per il Veneto affermava a proposito degli archivi delle industrie laniere venete che, mentre era stato notificato il «notevole interesse storico dell'archivio della S.p.A. Lanerossi di Schio», di cui peraltro da tempo si conosceva l'esistenza, per altre aziende, come la Marzotto S.p.A., erano in corso «contatti epistolari» (11). Che un archivio dovesse esistere lo si sapeva già dal ricordato volume giubilare del 1936: fa specie che lo studioso privato sia giunto nel frattempo ad accedere all'archivio, e che la "notificazione" cui dovevano approdare i «contatti epistolari» non sia ancora pervenuta. Fa specie, ma non più di tanto: la diffidenza degli imprenditori è, a torto o a ragione, enorme nei confronti di qualunque autorità tutoria. A maggior titolo nei confronti di chi pone vincoli senza esercitare poi funzioni utili per la collettività: come in questo caso il recupero a un uso adeguato delle fonti imprenditoriali. Non può far piacere a nessuna impresa avere la "notificazione", per doversi poi tenere il materiale archivistico con l'obbligo della conservazione e la conseguente inutilizzazione dei locali in cui esso è ammassato.
O lo stato interviene rendendo efficaci le leggi archivistiche, e scrollando le imprese di oneri che non hanno nulla a che vedere con un'attività produttiva, o è meglio che gli imprenditori italiani – magari in ciò sollecitati dagli studiosi, che altrimenti a questi archivi mai potranno accedere – si decidano a percorrere una via "privata" della salvaguardia dei fondi aziendali. I modelli non mancano: si pensi, tanto per fare un nome, al britannico Business Archives Council. Una presa di responsabilità in prima persona a favore dello studio della fondazione industriale in Italia (a proposito, che fa la Confindustria, sempre pronta a lamentare la carenza di una cultura industriale nel nostro paese?) spezzerebbe alla radice il circolo vizioso che vede le autorità impossibilitate a notificare il "notevole interesse storico" perché non conoscono l'esistenza dei singoli archivi, e il detentore dell'archivio, che pur potrebbe volerlo conferire allo stato, restio a rendere pubblica la sua esistenza per il timore di vedersi raggiunto da notificazione, che lo renderebbe oneroso custode di un bene collettivo, culturalmente importante sì, ma improduttivo per l'impresa che egli è chiamato a dirigere. Altrimenti continuerà il gioco a rimpiattino, con l'autorità archivistica che tenterà i "contatti epistolari", l'imprenditore che negherà per evitare il peggio, e gli archivi che si depaupereranno e si sfasceranno (12).

 
 
 
 
 

NOTE AL TESTO
 

(1) Non senza difficoltà: con le iniziali schermaglie che miravano dapprima a negare l'esistenza stessa di fondi archivistici antecedenti i limiti cronologici d'imperio fiscale, e poi a sminuirne la consistenza. Tutto prevedibile, e nello schema ormai classico di una concezione rigidamente privatistica di archivi conservati peraltro quasi casualmente: che se sono di inutilità pratica per le aziende, vengono tuttavia difesi in nome di una esasperata e inattuale riservatezza. Sfuggendo spesso ai responsabili – non è il caso della Marzotto, che poi alla fine ha dato il placet allo studio – l'effetto di immagine che una utilizzazione storica del proprio passato può risultare per l'azienda. Sul più generale aspetto delle fonti archivistiche "industriali" cfr. G. ROVERATO, Il problema delle fonti nella storia industriale, in AA.VV., Economia e società nella storia dell'Italia contemporanea. Fonti e metodi di ricerca, Roma, 1982. RITORNA AL PUNTO

(2) Rari ancora, per il '900, gli studi citabili in tal senso. I lavori di V. CASTRONOVO, Agnelli,Torino, 1971, e di F. BONELLI, Lo sviluppo di una grande impresa in Italia. La Terni dal 1884 al 1962, Torino, 1975, sono già altra cosa, inseriti come appaiono nel dibattito più complessivo della crescita capitalistica italiana. Uno studio che, pur con qualche variante, si è decisamente mosso nella direzione della Entrepreneurial History è quello di R. ROMANO, ICaprotti. L'avventura economica e umana di una dinastia industriale della Brianza,Milano, 1980. Né va per altri versi dimenticato il volume di M. MORIN e R. HELD, Beretta, la dinastia industriale più antica del mondo,Chiasso, 1980: apprezzabile eccezione al carattere acriticamente celebrativo delle pubblicazioni giubilari commissionate, come lo è questa, in sede aziendale. RITORNA AL PUNTO

(3) Lo studio è di prossima pubblicazione [è stato pubblicato nel 1986 da Angeli, Milano, col titolo Una casa industriale. I Marzotto]. Cfr. alcune anticipazioni in G. ROVERATO, Una grande impresa tessile tra le due guerre: la Marzotto, in AA.VV., Impresa e manodopera nell'industria tessile, Venezia, 1980; ID., Gli operai dei Marzotto, in AA.VV., La classe, gli uomini e i partiti. Storia del movimento operaio e socialista in una provincia "bianca": il vicentino, 1873-1948,Vicenza, 1982. RITORNA AL PUNTO

(4) Come annota Bonelli nella nota bibliografica al suo studio Lo sviluppo di una grande impresa in Italia..., cit., p. 345. RITORNA AL PUNTO

(5) Milano, 1936. RITORNA AL PUNTO

(6) E non risulterebbe all'attuale presidente operativo dell'azienda, Pietro Marzotto, che ha concesso l'accesso all'archivio aziendale. È certo comunque che i vasti rimaneggiamenti edilizi degli anni Venti hanno portato, con l'abbattimento dei vecchi uffici e la costruzione dell'attuale edificio della direzione generale, alla dispersione/distruzione di quanto era stato fino ad allora accumulato. L'ansia del nuovo che animava Gaetano Marzotto Jr, per altri versi attento alla storia del passato aziendale, ha giocato un cattivo tiro allo studioso. RITORNA AL PUNTO

(7) Ma qui le valutazioni non sempre sono attendibili, dato il concorrere negli anni Venti, Trenta, Quaranta di fonti energetiche integrantesi tra loro in misura diversa a seconda dei periodi: centrali idroelettriche aziendali, centrale termoelettrica ausiliaria interna allo stabilimento principale, forniture della SADE delle quote di fabbisogno variamente eccedenti. Con una struttura di costi dissimili, e non sempre chiaramente accertabili. RITORNA AL PUNTO

(8) Con tutte le difficoltà del caso e con il rammarico che non sia avvenuto come alla Lanerossi, nel cui archivio è conservato qualche centinaio di volumi-campionario dei tessuti e dei disegni, con relative varianti, che forniscono un quadro storico di singolare importanza delle varie tipologie produttive. RITORNA AL PUNTO

(9) Il riferimento è alla causa, iniziatasi nel 1933 e conclusasi nel 1938 davanti alla Cassazione, nella quale gli antichi proprietari dell'anonima del Maglio cercarono inutilmente di ottenere l'annullamento del contratto di vendita col quale avevano ceduto l'impresa dissestata a Gaetano Marzotto Jr, invocando improbabili vizi di consenso e denunciando la violenza morale dell'acquirente e della Banca Commerciale, l'istituto bancario più esposto che aveva di fatto imposto la cessione. Non solo i libri sociali furono portati in tribunale (ma ritornarono, e sono conservati presso l'ufficio legale della Manifattura Lane), ma anche un'ampia documentazione accessoria (fatture, registri contabili ecc.) della quale non è rimasta traccia. RITORNA AL PUNTO

(10) Nella sua vasta tenuta a Portogruaro, nel Veneto Orientale, G. Marzotto avviò nell'immediato dopoguerra l'ambizioso progetto di far convivere in un tutto organico razionalizzazione delle produzioni agricole perseguita attraverso eterodosse modifiche dei patti agrari esistenti, attività manifatturiere leggere (cotonificio, linificio, vetreria), attività agroindustriali (zuccherificio, industria conserviera, caseificio), e per sovramercato il tentativo di instaurare rapporti non conflittuali (e siamo dopo il 18 aprile 1948!) con la sinistra sindacale. Un progetto così complesso da non poter non attirare, se non altro per il contenuto di sfida che esso aveva, la curiosità e l'interesse dell'opinione pubblica. Un esempio, anche in termini di effetti pubblicitari indotti, e rappresentato dal ritratto che I. Montanelli gli dedicò nella sua galleria di "Incontri" (Marzotto), in "Corriere della Sera", 3 luglio 1949, p. 3. [Su Portogruaro, cfr. ora G. ROVERATO, Gaetano Marzotto Jr: le ambizioni politiche di un imprenditore tra fascismo e postfascismo, “Annali di storia dell’impresa”, 2, 1986]. RITORNA AL PUNTO

(11) "Rassegna degli archivi di stato", XXXIII, gennaio-aprile 1973, p. 70. RITORNA AL PUNTO

(12) [ Sono trascorsi molti anni dalla pubblicazione di questa scheda, ed in occasione della sua riedizione in forma elettronica (aprile 2000) è doveroso ricordare come la Marzotto abbia nel frattempo mantenuto la promessa di organizzare in Archivio storico i suoi cospicui fondi documentari, aprendolo (pur con qualche difficoltà logistica, e qualche "scarto" di troppo!) alla consultazione degli studiosi. Numerosi sono ormai i lavori, ed anche le tesi di laurea, che hanno affrontato la storia dell'impresa. La Marzotto, che ha nel 1986 acquisito ed inglobato la Lanerossi di Schio, è anche proprietaria di quell'Archivio, uno dei primi archivi industriali notificato come "di notevole interesse storico" da parte delle autorità archivistiche. Oggi (2003) la Marzotto ha affidato in comodato gratuito al Comune di Schio la gestione di questa preziosa risorsa documentaria, che sarà presto a disposione degli studiosi per ulteriori approfondimenti sulla storia di una impresa fondativa dell'industria italiana. ]
 
 


| PAGINA PRECEDENTE |