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  Venerdì 8 Aprile 2005

Continua il dibattito sulle trasformazioni, le sfide e l’economia della vallata
Le proposte dello storico dell’economia Giorgio Roverato
 
 

Il sasso nello stagno l'aveva gettato Guido Scomparin, presidente degli industriali valdagnesi: a margine dell'assemblea mandamentale dell'associazione, aveva proposto una tavola rotonda sui problemi e sulle sfide che oggi Valdagno e la vallata si trovano ad affrontare, nell'ottica più generale dell'Alto Vicentino e di un Nord Est chiamato alla competizione sul mercato globale.
Economia, sviluppo, lavoro, formazione, società: un dibattito a 360 gradi che il "Giornale di Vicenza" ha inaugurato con l'intervista a Francesco Battistella, industriale valdagnese, pubblicata il 3 marzo scorso.
Ora, un altro importante contributo intellettuale alla discussione sul futuro dell’area: parla Giorgio Roverato, storico dell'economia. Un profondo conoscitore della realtà locale, capace di uno sguardo all'indietro che sia al contempo bussola per orientarsi di fronte ad un futuro incerto. Un valdagnese che crede nelle potenzialità di sviluppo della valle dell'Agno. Ad una condizione: che la classe dirigente locale sappia cogliere i treni della storia.


 
«A Valdagno il tessile non è finito»
«Delocalizzazione? Sì, ma non solo sui costi, anche sui mercati»

«La Marzotto come grande impresa se n’è andata da anni. Oggi il “magnifico” isolamento è finito»

di Marco Scorzato


«Ricordo quando venivo a Valdagno una ventina d'anni fa: uscendo dalla Marzotto verso sera, dopo le mie ricerche d'archivio, mi colpivano le luci che uscivano da quelle grandi finestre, testimoni di un intenso lavoro. La settimana scorsa sono tornato in città: appena fuori dal traforo, mi sono imbattuto in quella specie di isola tiberina che è lo stabilimento tessile: quasi completamente buio, eppure non erano ancora le sei di sera».
Un’immagine che più e meglio di tante altre descrive quanto la città sia mutata in questi ultimi anni. L’ha colta Giorgio Roverato, docente di storia economica all’Università di Padova, nelle facoltà di Scienze politiche e di Economia. Valdagnese di nascita, si trasferì nella città del Santo poco più che diciottenne. Oggi, a 58 anni, Roverato vive a Selvazzano Dentro, ma con la sua terra d’origine ha mantenuto un legame affettivo e professionale. Suoi molti degli scritti più autorevoli sulla storia della Marzotto. Che, per molto tempo, ha coinciso con la storia di Valdagno.
«La Marzotto, intesa come la grande impresa, se n’è andata da anni - dice Roverato - rimane un elemento identificativo, ma ormai ha un’incidenza relativa anche per quanto riguarda l’occupazione. Il problema di Valdagno è che oggi sconta un certo ritardo nello sviluppo. La piccola impresa, qui, è sorta tardi, solo a partire dagli anni Settanta».
- Si sono persi troppi treni?
«Occasioni perdute ce ne sono state, sia sul fronte imprenditoriale che pubblico. Beninteso, la Marzotto per più di un secolo ha assicurato benessere ad una vallata povera. Nel 1948, tuttavia, il tessile patì una crisi strutturale di fronte alla quale Gaetano Marzotto preferì investire fuori vallata, nei settori agroalimentare ed alberghiero, piuttosto che favorire la nascita di nuove imprese a Valdagno che assorbissero la manodopera in esubero dalla grande fabbrica».
- E gli amministratori pubblici?
«Persero il treno della legislazione del 1957 a favore delle aree “depresse”, nella cui definizione ricadeva l’84% dei Comuni vicentini. In vallata, non seppero attivarsi per attrarre investimenti: non avevano la percezione della crisi. Fu probabilmente un deficit culturale, che in parte deriva dall’isolamento della valle rispetto alla pianura veneta. Oggi bisogna capire che il “magnifico isolamento” di Valdagno è finito».
- L’isolamento era per certi versi motivato: Valdagno, con la sua grande impresa, era più simile a Torino che al resto del Nord Est.
«È vero, anche se rispetto a Torino mancava l’indotto. Oggi, la sfida di questo territorio è trovare un proprio equilibrio ed una propria identità su un nucleo di imprese medie e piccole che competano sui mercati internazionali. A mio avviso Valdagno ha le potenzialità per riuscirci».
- Quest’area può diventare un distretto?
«L’ho a suo tempo definita “area sistema”. Non è un distretto, ma di esso ha alcune caratteristiche: un insediamento territoriale circoscritto, la presenza di valori condivisi e di sinergie intersettoriali. Il primo salto di qualità richiesto è il fare squadra e deve partire dalle rappresentanze imprenditoriali. La Riviera del Brenta insegna. In quel territorio, per un terzo padovano e due terzi veneziano, l’imprenditore e leader carismatico Luigino Rossi diede il via alla creazione dell’Acrib, un soggetto di rappresentanza dei calzaturieri che superava le due organizzazioni provinciali preesistenti. L’Acrib nacque per impedire ai sindacati di giocare su due tavoli, ma si rivelò presto motore dello sviluppo».
- Un modello riproponibile anche qui?
«In un’area limitata come la valle dell’Agno non ha senso la frammentazione delle associazioni di categoria, peraltro delegazioni di organizzazioni provinciali. Artigiani, piccoli e grandi imprenditori hanno gli stessi interessi. Per unificare le associazioni, tuttavia, bisogna vincere egoismi non indifferenti».
- Gli industriali di valle parlano dell’inevitabilità della delocalizzazione. Nel frattempo gli artigiani del mandamento raccolgono 2.500 firme contro questo fenomeno. Davvero gli interessi coincidono?
«Il problema è di percezione. Interessi comuni esistono, si tratta di farli emergere. Se una parte degli imprenditori intende perseguire la strada individualistica, a qualcuno andrà bene, ma nel complesso sarà un flop».
- L’economista Milton Friedman diceva che “l’unica responsabilità sociale dell’impresa è produrre utili”. A detta di alcuni osservatori, una fetta di imprenditori locali l’avrebbe preso in parola, “dimenticando” il territorio.
«L’affermazione di Friedman merita un corollario: il fine dell’azienda è produrre utili, ma che continuino nel tempo. Se non si innescano meccanismi terzi che consentono agli imprenditori di sentirsi attori della vita sociale del territorio i profitti non durano. Per Valdagno questa è una fase di passaggio e sono necessarie scelte precise, pena il declino: sulla delocalizzazione, ad esempio, giocare sul solo fattore di costo non è di per sé positivo; bisogna capire dove ci sono effettive opportunità di mercato».
- Il territorio fa la differenza anche nell’economia globale?
«Prendiamo alcuni esempi: la Luxottica compra il marchio Ray Ban e lo produce ad Agordo. In Cina fa solo i prodotti a basso prezzo. La Marzotto compra due impianti lanieri in Repubblica Ceca e Lituania esistenti da cent’anni. Là la manodopera non ha solo basso costo, ma anche un’antica acclimatazione alle tecniche produttive laniere. Così mantiene alti standard produttivi. Una multinazionale ha valore anche nell’essere radicata in un territorio».
- Un concetto che vale anche per Valdagno e la sua grande impresa?
«Valdagno e la sua storia tessile possono garantire un valore immateriale che un attento consumatore del lusso non sottovaluta. La condizione necessaria, comunque, è investire in innovazione del prodotto e del processo. Va bene delocalizzare, ma qui va mantenuta una testa pensante con personale qualificato che faccia progettazione e segua puntualmente il prodotto. Un’unica associazione imprenditoriale in forte collaborazione con gli enti locali potrebbe supportare le piccole imprese nel fare ricerca e sviluppo».
- Per la qualificazione professionale il sistema scolastico ha un ruolo centrale.
«È l’elemento strategico, per Valdagno e per il Paese. Purtroppo abbiamo un sistema formativo disastrato. L’Itis Marzotto ha avuto un grandissimo ruolo in passato, ma oggi l’ha smarrito. Ci vuole una forte spinta delle associazioni imprenditoriali e degli enti locali, perché si creino competenze tagliate su misura per questo tessuto produttivo: specializzazione ambientale, lingue, informatica, anche a livello universitario. Visto che oggi molti studi post-diploma vengono decentrati, bisognerebbe attirarli in vallata. Resta valida la vecchia proposta dell’ingegneria tessile, perché il settore, pur in crisi, rimane importante. Ad essa andrebbe affiancato un corso universitario nel settore moda: bisogna puntare sull’alta formazione e questo è il momento. Ma serve una massa d’urto che Valdagno, isolata, non può avere».
- Ma che l’Alto Vicentino può vantare…
«Valdagno è di fronte ad un bivio: o si emargina, imboccando la strada del declino, o investe nell’integrazione, che vuol dire obiettivi comuni e politiche forti per sostenerli. Le uniche grandi imprese laniere dell’Europa continentale sono qui, a Valdagno e Schio. Biella e Prato non sono a questi livelli. Qui c’è un portato culturale che può essere la chiave di volta per il rilancio dell’area».
- Al riparo da concorrenze più o meno leali?
«I cinesi non possono copiare tutto. Se si innalza il livello delle produzioni, con lo studio di nuovi materiali e nuove fibre, ci sono i presupposti perché l’Alto Vicentino diventi un polo d’eccellenza nel tessile e nella moda. Ciò metterebbe in moto mille energie, ma serve un’azione congiunta di enti territoriali e mondo dell’impresa».
- Valdagno vorrebbe distinguersi come città dei servizi. Fa bene?
«Per un’ulteriore espansione industriale esistono limiti fisici. A mio avviso, prima si frena l’urbanizzazione e meglio è. Piuttosto va riqualificato l’esistente. Quanto ai servizi è bene precisarne i contenuti: l’ospedale, di cui si parla molto, è importante per la cittadinanza, ma i servizi che più danno slancio allo sviluppo sono quelli alle imprese, il cosiddetto quaternario. Non devono essere servizi limitati alle imprese valdagnesi, ma allargati ad una vasta area, raggiungibile sfruttando gli elementi centrali dell’economia dell’informazione».


 



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